Il referendum, lo SCUORUM, e la guerra civile

Premessa

Vorrei cominciare con una cosa che col titolo (già di per sé criptico per molti) apparentemente non c’entra nulla. Un grande classico, questo:

“Our export industries are suffering because they are the first to be asked to accept the 10 per cent reduction. If every one was accepting a similar reduction at the same time, the cost of living would fall, so that the lower money wage would represent nearly the same real wage as before. But, in fact, there is no machinery for effecting a simultaneous reduction. Deliberately to raise the value of sterling money in England means, therefore, engaging in a struggle with each separate group in turn, with no prospect that the final result will be fair, and no guarantee that the stronger groups will not gain at the expense of the weaker.”

che a beneficio dei diversamente familiari con la lingua dell’Impero potrei tradurre così:

“Le nostre imprese esportatrici stanno soffrendo perché sono le prime alle quali si chiede di accettare una riduzione del 10% [dei salari, NdC]. Se ognuno accettasse una simile riduzione allo stesso tempo, il costo della vita diminuirebbe [perché i prezzi diminuirebbero di altrettanto, NdC], e quindi un salario inferiore in termini monetari equivarrebbe più o meno allo stesso salario reale [potere d’acquisto, NdC] di prima. Ma, in effetti, non c’è alcun meccanismo che possa mettere in pratica una simile riduzione simultanea. In Inghilterra, innalzare deliberatamente il valore della sterlina significa, quindi, impegnarsi a lottare separatamente con ciascun gruppo di interessi, senza alcuna prospettiva che il risultato finale sia equo, né alcuna garanzia che il gruppo più forte non prevarrà a spese del più debole”.

Inutile dire (a voi) che la stessa cosa si otterrebbe, in Italia, innalzando deliberatamente il valore della lira. Cioè, scusatemi: la stessa cosa la si è ottenuta, in Italia, innalzando deliberatamente il valore della lira, ovvero adottando una moneta per noi sopravvalutata, l’euro, che ha costretto prima gli operai delle imprese esportatrici a tagliarsi i salari (vedi alla voce Electrolux, per citare un caso emblematico), nell’indifferenza, se non nell’ostilità, di chi si sentiva protetto. Poi, via via, la cancrena del cambio sopravvalutato risale: dagli operai alle professioni intellettuali, fino a che anche i ricchi piangono

Alcuni di voi hanno apprezzato questo mio tweet: “La differenza fra un cambio fisso e una guerra civile non salta all’occhio. Perché non c’è“.

Naturalmente non è farina del mio sacco, non nel senso che sia farina del sacco diFrancesco, ma perché è il solito John Maynard, che nel passo citato prosegue così:

“The working classes cannot be expected to understand, better than Cabinet Ministers, what is happening. Those who are attacked first are faced with a depression of their standard of life, because the cost of living will not fall until all the others have been successfully attacked too; and, therefore, they are justified in defending themselves. Nor can the classes which are first subjected to a reduction of money wages be guaranteed that this will be compensated later by a corresponding fall in the cost of living, and will not accrue to the benefit of some other class. Therefore they are bound to resist so long as they can; and it must be war, until those who are economically weakest are beaten to the ground.”

ovvero, per i diversamente suscettibili di emanciparsi dal dominio del capitale:

“Non possiamo aspettarci che i lavoratori siano in grado di capire meglio dei consiglio del ministricosa sta succedendo. Quelli che vengono attaccati per primi subiscono una depressione del loro stile di vita, perché per loro il costo della vita non diminuisce fino a che tutti gli altri non sono stati a loro volta attaccati con successo; e, quindi, sono giustificati se difendono se stessi. D’altra parte, le classi che sono soggette per prime a una riduzione dei salari monetari non hanno alcuna garanzia che questa sarà compensata in seguito da un calo corrispondente nel costo della vita, piuttosto che andare a beneficio di qualche altra classe [NdC: cioè non sanno se i lavoratori degli altri settori accetteranno un taglio del salario proporzionale a quello subito da loro, e soprattutto non sanno se i capitalisti degli altri settori sceglieranno di diminuire di conseguenza i prezzi, o di intescarsi la differenza]. Ne consegue che sono costretti a resistere quanto più a lungo possibile; e deve essere guerra, fino a quando gli economicamente più deboli non siano totalmente sconfitti

Ecco, vedete?

It must be war.

(…per inciso, visto che questo post è dedicato agli insegnanti: vero che Keynes è uno splendido scrittore?…)

Che un cambio fisso (sopravvalutato, s’intende) equivalga a una guerra civile non è un’idea del guru Bagnai: è un’idea di Keynes (che non significa, purtroppo, un’idea “keynesiana”). Lo scoppio di una guerra civile (per lo più fra poveri) è l’ovvia conseguenza del fatto che la sopravvalutazione del cambio colpisce selettivamente e progressivamente i vari corpi sociali. Si parte dal settore manifatturiero esportatore, ma poi devono essere colpiti via via tutti gli altri settori, semplicemente perché se gli operai del settore che normalmente è quello trainante vengono pagati di meno, il calo della loro domanda costringe tutti gli altri ad abbassare i prezzi (cioè i salari). Anche quelli che pensavano di essere protetti, come gli insegnanti, per dire, o, su una scala sociale totalmente diversa, Veneto Banca. La finanziarizzazione dell’economia, cioè l’esasperata possibilità di ricorrere al credito (che per chi lo contrae è un debito) per finanziare le proprie spese, può solo posticipare, ma mai scongiurare, l’inevitabile redde rationem.

E attenzione, visto che sto per rivolgermi ai lettori di sinistra, cioè ai miei cosiddetti simili: non venite a ripetermi il mantra totalmente insensato secondo cui “l’euro è solo una moneta, il problema è il capitalismo”. Certo che il capitalismo è un problema! (a proposito: se qualcuno ha la soluzione mi citofoni perché mi interessa).

Ma nessuna moneta (nemmeno l’euro) è solo una moneta: ogni moneta è un’istituzione che regola la distribuzione del reddito prodotto, come intuisce Streek (per citarne uno), grazie al quale ho capito che neanche la mia frase: “la scelta politica di privarsi dello strumento del cambio [cioè di adottare l’euro] diventa strumento di lotta di classe” è mia. In effetti è di Max Weber, per il quale la moneta non era “solo una moneta” (come per Ferrero e per la coorte degli utili tsiprioti): la moneta “è principalmente un’arma di questa lotta” (dell’uomo contro l’uomo).

E quindi, come dice Keynes:

“This state of affairs is not an inevitable consequence of a decreased capacity to produce wealth. I see no reason why, with good management, real wages need be reduced on the average. It is the consequence of a misguided monetary policy.”

cioè, per i diversamente capaci di resistere alla propaganda:

“Questo stato delle cose non è la conseguenza inevitabile di una diminuita capacità di produrre ricchezza. Non vedo le ragioni per le quali, con una buona amministrazione, i salari reali dovrebbero diminuire in media. Ciò è conseguenza di una politica monetaria fuorviata”.

Politica che, quando Keynes scriveva, si traduceva nella decisione di Churchill di rientrare nel gold standard (sistema di cambi fissi a parità aurea) con un cambio sopravvalutato del 10%, mentre oggi,  quando io lo copio, si è tradotta nella decisione di entrare nell’euro con un cambio che è ormai sopravvalutato di una cosa fra il 10% e il 20% (se interessano le stime della sopravvalutazione, le trovate nella Table 6 di questo noto documento, il cui autore sarà al #goofy5). La stessa cosa, lo stesso ordine di grandezza.

Dell’euro hanno sofferto gli operai, poi i lavoratori dei servizi destinati alle imprese, poi i lavoratori dei servizi non destinati alle imprese, poi i pubblici dipendenti, a cominciare dal settore sanitario, passando per la scuola…

Ecco, fermi: sono arrivato dove volevo arrivare.

Gli insegnanti e l’euro
Ricorderete le tante volte in cui ho polemizzato con la professione degli insegnanti, in particolare di quelli delle superiori, che sono i miei fornitori di materia prima. Deprecavo, nella maggioranza rumorosa della professione, il maledetto virus del ragionamento per appartenenza, e del “sapere di sapere”, che faceva collassare qualsiasi interpretazione delle dinamiche economiche alla solita reductio ad Berlusconem, o, peggio ancora, al più stantio “sesomagnatitutto”. Il mantra insensato di chi, sentendosi sotto attacco (per i motivi che Keynes ci illustra), non riesce ad articolare altra risposta che non sia l’odio sociale verso chi ancora non è stato attaccato (o sconfitto): che sia l’artigiano col SUV, o il barista senza scontrino (che poi, cortesemente, se me ne indicate uno, così vado a controllare, perché io rigurgito di pezzettini di carta inutili: possibile che solo io sia così fortunato?).

Non sto dicendo che si debba evadere, e che chi non può farlo (come me) non debba giustamente risentirsi verso chi lo fa (come io mi risento) e chiedere che non lo faccia (come io chiedo). Sto dicendo che l’appartenenza non dovrebbe offuscare un ragionamento sereno e pacato sulle cause, su quale sia la contraddizione principale, e quali le secondarie. Soprattutto se uno insegna storia, non gli dovrebbe essere così difficile rendersi conto del fatto che quanto stiamo vivendo non è cosa particolarmente nuova. Ho fatto un parallelo storico, ma ce ne sono altri. E se uno insegna aritmetica, dovrebbe capire che 2+2=4. E se uno insegna letteratura, dovrebbe ricordarsi che al sistema dei media conviene invece spiegare che 2+2=5. E se uno insegna filosofia, dovrebbe ricordarsi di Marx (anche in classe, non solo nelle sue preghiere). E se uno insegna…

La chiudo qui.

Invece, come ci siamo più e più volte detti, gnente! Da quando poi di euro parlano Le Pen e Salvini (come da me ampiamente previsto nel lontano 2011), peggio che andar di notte. La repulsione che si prova per i rettili, o per gli insetti! Dire che l’euro è oggettivamente un problema, cosa che ormai ammette perfino il Sole 24 Ore, tramite un ottimo Riccardo Sorrentino (mai visto prima: ma fa piacere che per cambiare musica il Sole cambi anche i suonatori, mi sembra segno di maturità e di decenza), fare la lista dei politici comunisti o degli economisti progressisti che l’avevano visto per tempo, e quindi cercare di far capire quello che a sinistra altri grazie (anche) a noi hanno capito, cioè che l’euro è un problema di sinistra e per la sinistra, significa incontrare un muro di ostilità e di ribrezzo, da parte di persone che mai ammetterebbero di essere state condizionate dalla propaganda, e che per tirare corto preferiscono trincerarsi dietro la certezza che chi cerca di attivare un pensiero critico (nella fattispecie, il sottoscritto) sia un fascista.

Ma fascista è l’euro: “i salari, che risentono anche del processo di riequilibrio interno di Eurolandia, impossibile attraverso i cambi e realizzabile solo attraverso retribuzioni e prezzi” (Sorrentinus dixit).

L’euro è l’austerità (il taglio dei redditi), e l’austerità è fascista (storicamnte e lessicalmente,nel senso che la introdusse, chiamandola così per la prima volta, il governo Mussolini, per inchinarsi alla comunità finanziaria internazionale).

Si assiste così al paradosso, anche questo previsto da questa comunità, secondo cui ormai il giornale dei padroni è a sinistra dei lavoratori, e di questi lavoratori quelli più scolarizzati, e anzi, più “scolarizzanti”, si ostinano a essere nostri nemici (nota: nostri a prescindere da chi noi siamo, cioè anche se siamo loro colleghi!), perché questo esige da loro la logica della guerra civile che l’euro (come qualsiasi cambio sopravvalutato) necessariamente scatena.

Se Salvini dice che piove, questo non è necessariamente un buon motivo per lasciare a casa l’ombrello, soprattutto se sei di sinistra (e quindi pensi di essere più smart, perché così ti hanno insegnato). Magari, nel dubbio, un’occhiata alla finestra uno la dà. Ma anche qui, far notare questa semplice precauzione, cioè il fatto che perfino un orologio rotto (per chi legittimamente vuole considerarlo tale) potrebbe dire due volte al giorno l’ora esatta, significa scatenare l’inferno, essere stigmatizzati come nemici, come leghisti.

Non sono leghista (mi sembra anche stupido doverci tornare). Ma non voglio bagnarmi. Posso?

È molto difficile non reagire con ostilità all’ostilità altrui, soprattutto se l’unica cosa che hai fatto per meritarla è cercare di far riflettere chi ti aggredisce su quali siano i suoi reali interessi. Ma credo sia giunto il momento di fare questo sforzo.

Una telefonata
Una ascoltatrice: “Detto questo, volevo sensibilizzare sul tema della buona scuola. Sono impegnata nella raccolta di firme contro la buona scuola, di cui non si parla. C’è un referendum che si spera si potrà avere in Italia per abrogare una legge, quattro punti di questa legge, che è una legge terrificante, fatta appunto da un governo sedicente di sinistra che ha finito di uccidere quel poco che rimaneva di scuola pubblica. A questo riguardo, vorrei sottolineare che mentre nelle scuole ci si sta azzannando per una miseria, la cosiddetta premialità, che sono quattro spiccioli messi in pasto alla categoria perché si scannasse, laddove invece avevamo bisogno di un contratto da anni e anni, le scuole superiori sono anche massacrate da questa alternanza scuola lavoro, di cui non si parla, ma che di fatto sta riducendo quel po’ di tempo scuola che rimaneva. Cioè, i nostri ragazzi vengono sparpagliati in visite molto poco significative, in luoghi cosiddetti di lavoro, parlo anche dei licei classici che si inventano una professionalizzazione che non capiamo dove sta andando, e la risultanza di tutto questo è che ai nostri ragazzi viene ulteriormente ridotto il tempo scuola proprio perché invece c’è un disegno organico. Voi parlavate di una mancanza di disegni organici stamattina, io credo che questo governo abbia un disegno organico, e sia quello di ridurre completamente qualunque forma di welfare, e sopratutto di ridurre qualunque possibilità di libero pensiero e di pensiero critico,perché quel po’ che rimaneva, io sono in un liceo classico, di pensiero critico che si consuma nelle classi, lavorando, nella didattica… ”

Norma Rangeri: “Be’, nel liceo classico ci sono ancora i ragazzi con cui l’insegnante parla…”
Una ascoltatrice: “Allora, noi parliamo con i ragazzi, però intanto le dico che ce li tolgono sempre di più, proprio fisicamente, nel senso che io per esempio ho una terza quest’anno che ha iniziato questa alternanza e l’ho vista…”
Norma Rangeri: “Però non possiamo prolungare troppo la telefonata perché ce ne sono altre.”
Una ascoltatrice: “No, va bene, io volevo sottolineare questo e comunque avvisare che c’è una campagna referendaria, stiamo raccogliendo le firme contro la buona scuola.
Norma Rangeri: “Ssssì, certo, grazie.”

Era il 18 maggio, stavo tornando dall’aver accompagnato a scuola er Palla, e qui trovate il podcast.

Qui si apre un caso di coscienza.

Questa persona ha capito un pezzo importante del problema.

L’aumento della disuguaglianza, conseguenza necessaria e voluta dall’accresciuta mobilità del capitale (che l’euro favorisce, come ci siamo detti mille volte), mira auna polarizzazione sociale il cui fine, forse non consapevole, certo non confessato, è l’eutanasia della classe media, cioè di quelle persone che non stanno abbastanza bene da non dover lottare per star meglio, ma non stanno così male da non capire perché stanno male. Sì, sto parlando della borghesia, della classe composta da quelle persone che hanno letto un paio di libri, perché non erano né abbastanza povere da doversene dispensare, né abbastanza ricche da potersene dispensare.

Insomma: la classe che fa le rivoluzioni.

Questa classe deve scomparire, come giustamente intuisce l’insegnante ascoltatrice, perché è l’unica che nella lotta di classe saprebbe individuare il nemico giusto. Devono restare solo i sottoproletari, quelli che è facile neutralizzare facendoli combattere tra loro.

Ecco: questo la persona che parla l’ha capito. Non è vero che non c’è un disegno: il disegno c’è, e la distruzione, la mortificazione della scuola ne è un pezzo importante, ne è chiave di volta.

Certo, voi a questo punto mi chiederete: “Ma questa persona ha capito che la “buona scuola” è solo un modo per tagliarle il salario del famoso 10% (vedi sopra), se non proprio pagandola di meno, quanto meno dandole compiti sempre più gravosi, o lasciandola ogni tanto a spasso, e che il bisogno di tagliarle il salario del 10% deriva dalle cause che Keynes individuava così precisamente e descriveva in modo così limpido, cioè, hic et nunc, dall’euro? Non sarà anche lei una che, come la gentile Marta Fana – che io ricordo sempre nelle mie preghiere e che sta facendo un ottimo lavoro sul jobs act (senza capirne i motivi, ma descrivendone ottimamente le conseguenze) – se dici “euro”, ti risponde “Salviniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!”?

Io vi dirò: non lo so, e a questo punto me ne frego. Qui è in gioco la vita dei nostri figli, che poi è anche la nostra. Non entro nel merito di tutti i punti del referendum:

Ne evidenzio solo due, quelli dispari.

Il primo motivo per promuovere il referendum a me sembra evidente: chi crede nel mercato sia affidato al mercato, e chi invoca austerità, l’assaggi per primo. Troppo facile fare la scuola privata coi soldi pubblici.

Il terzo mi sembra anch’esso evidente, e, preciso, mi sembrava tale prima ancora che constatassi de visu l’assurdità del sistema di cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”. La scuola non deve preparare al “mondo del lavoro”. La scuola deve preparare alla vita. Chi è pronto alla vita, sarà poi pronto anche a lavorare. Questo, attenzione, vale tanto più quando, come oggi, il lavoro non c’è: perché se il lavoro non c’è devi inventarlo, e se sei stato programmato per fare l’utile idiota esecutore passivo di compiti meramente tecnici, è difficile che tu sia in grado di mettere a frutto la tua creatività, la tua scintilla di umanità. Quindi la retorica del “prepariamo al lavoro perché non c’è lavoro” è intrinsecamente fallace, come dimostra il fatto che la si realizza distruggendo il lavoro degli insegnanti.

La scuola deve aprire orizzonti culturali, che significa, poi, dare chiavi interpretative della realtà, aiutare a leggere (cominciando dai libri e dalle carte geografiche), aiutare a pensare (cominciando dall’analisi logica, e arrivando, magari, alla logica), aiutare quindi a conoscere per deliberare, aiutare a organizzare il mondo.

Oh, quanto erano utili a questo scopo i fottuti libri senza figure! L’antitesi di questo posticcio e fittizio conato verso un sapere pratico che nel migliore dei casi sarà obsoleto il giorno del diploma, e nel peggiore è obsoleto già oggi!

Oh, quanto inutilmente devastante è questo ennesimo facciamocome! Facciamo come la Germagna, che ha anche lei l’anternanza scuola lavoro! Certo! Ma in Germagna, come in Francia, è all’esame di scuola media che si decide se lo studente andrà all’università, e spesso anche in quale (di quale livello e orientamento). Vi sembra un sistema auspicabile? E allora potevamo tenerci l’avviamento! Se lo abbiamo eliminato, peraltro in pieno boom economico, e prima del fatidico 1968, ci sarà stato un perché!

E questo senza contare che la vita è una, le ore sono quelle, e quindi l’alternanza scuola-lavoro è, in pratica, la devastazione del tempo naturaliter destinato all’insegnamento, con la necessità, per gli insegnanti, di correre come delle lepri, e l’impossibilità, per gli studenti, di recuperare in caso rimangano indietro. La riduzione del tempo scuola di cui parla l’insegnante che mi ha colpito, con la sua allocuzione.

Poi, magari, sarà antropologicamente piddina: sarà una discepola di Etarcos, il filosofo che noi qui aborriamo (la sua vita e le sue opere sono analizzate qui).

Ma la battaglia che ci chiede di combattere è giusta.

E allora, anche se appartiene a un ceto che, oggettivamente, ha dimostrato e tuttora dimostra minore capacità di analisi dei processi sociali di quanta sarebbe stato lecito aspettarsi, a un ceto che si è illuso di essere inattingibile e si è svegliato solo quando è stato leso nei propri interessi (debolezza umana scusabile nel “meccanico” ma molto meno nell'”intellettuale”), io vi esorto, toto corde, a considerare di darle una mano. Informatevi sul referendum, e, se lo ritenete, firmate. La “buona scuola” è una porcata. Una fra le tante, direte voi. Sì, ma tocca i nostri figli. Uno dei miei ci sta passando, l’altra ci arriverà fra due anni. Se non arriviamo prima noi.

Ci viene offerta una possibilità di dimostrare che siamo migliori di chi ci è stato pregiudizialmente ostile per difetto di logica, cioè di umanità, aiutandolo.

Approfittiamone.

Si apra la discussione (perché qui credo che ci sarà, e mi interessa).

 

Fonte www.goofynomics.blogspot.it

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