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L’ECONOMISTA MARIO NUTI: DOMANI VOTEREI ANCHE IO PER IL LEAVE

L’ECONOMISTA MARIO NUTI: DOMANI VOTEREI ANCHE IO PER IL LEAVE

Una presa di posizione netta sul Brexit: io voterei per uscire. Lo afferma sul suo blog Transition l’economista Domenico Mario Nuti, professore emerito di Sistemi Economici Comparati all’Università la Sapienza di Roma, già consigliere economico alla Commissione Europea e Consulente per la Banca Mondiale.
Dopo essersi in passato dedicato a descrivere i difetti della progettazione dell’Eurozona e a sollecitare la realizzazione degli stadi e delle istituzioni mancanti per l’integrazione europea (per esempio qui), Nuti oggi getta la spugna: l’Unione Europea è irriformabile. Con la sua austerità inutile e perversa non serve a niente né a nessuno, nemmeno ai tedeschi. Meglio votare LEAVE. E, in caso di vittoria, osservare con soddisfazione l’impatto del voto sulla ulteriore disintegrazione dell’UE e il crollo dei partiti di governo in Germania.

di Domenico Mario Nuti, 13 giugno 2016

Se potessi votare nel referendum per decidere se il Regno Unito debba rimanere nell’Unione Europea o andarsene, certamente voterei per uscire. Questa nostra Unione Tedesca neoliberista, con la sua austerità inutile e perversa, con la sua falsa pretesa di promuovere gli investimenti e la crescita, con la sua incapacità di proteggere sia le frontiere esterne sia i profughi disperati, con la sua facciata di cartapesta, con l’insistenza su distruttive riforme definite “strutturali” non serve a niente né a nessuno, tedeschi inclusi.

Non c’è alcuna prospettiva concepibile che cambi in meglio, se non sotto la costrizione di una disgregazione, minacciata o reale.  Uno dei miei comici preferiti, John Cleese, si è anche lui espresso per la Brexit, per le stesse ragioni: “Se pensassi che ci fosse qualche possibilità di riforma reale nella UE, voterei per rimanere. Ma non c’è. Triste “. Ed ha aggiunto: “Sto malissimo ad essere messo insieme a teppisti come Murdoch e Dacre e Brooks, ma penso che Stiglitz e Owen avessero ragione…” (@JohnCleese, 12 giugno 2016). Dopo tutto, Basil Fawlty di Fawlty Towers (personaggio dell’omonima sit-com interpretato da John Cleese NdVdE) ha sempre saputo come trattare con i tedeschi. Una forte posizione a favore del Brexit è argomentata anche qui.
Detto questo, l’opzione Brexit è indubbiamente costosa, incerta nelle sue implicazioni sia positive sia negative, ci sconvolge le abitudini ed è molto scomoda. Io, semplicemente, non credo  ai sondaggi che predicono un vantaggio notevole per il Brexit (52% rispetto al 33% nell’ultimo sondaggio Daily Express), nonostante il significativo contributo dato alla fazione LEAVE da Tony Blair e Gordon Brown con il loro bacio della morte dato appoggiando l’opzione REMAIN. Sono convinto che il 23 giugno quel terzo degli elettori ancora indecisi deciderà in altro modo e farà pendere la bilancia a favore del REMAIN.

E se anche gli elettori scegliessero LEAVE a maggioranza schiacciante, non è il caso di far finta che il Regno Unito sia un piccolo cantone svizzero che vota in un referendum obbligatorio, perché nelle norme né nelle prassi costituzionali inglesi una cosa del genere non esiste. David Cameron, dopo aver lanciato il referendum per proteggersi dalla minaccia rappresentata dall’Ukip, sarebbe spinto con forza a far rispettare il risultato e presentare la domanda formale di recesso ai sensi dell’art. 50 del Trattato di Lisbona, ma non avrebbe alcuna fretta di fare un passo simile. Dopo tutto, ha già detto che non si ripresenterà come Primo Ministro, ma è ancora in questa posizione fino al 2020, può contare su una solida maggioranza trasversale filo-UE in Parlamento, e potrebbe essere in grado di ottenere ulteriori concessioni da parte dell’UE in forza dei risultati del voto, in aggiunta a quelli simbolici che ha negoziato di recente, sufficienti a riaprire l’intera questione.
Ma se la Gran Bretagna lasciasse, ammirerei con Schadenfreude l’impatto del voto su una ulteriore disintegrazione dell’Unione e il crollo dei partiti di governo tedeschi.
C’è un gruppo di illustri accademici, che si fanno chiamare EREP – Economisti per le Politiche Economiche Razionali, che ha pubblicato un rapporto intitolato “Rimanere per il cambiamento“, “Costruire la solidarietà europea per una alternativa economica democratica”: un approccio generoso, ma sbagliato. Il 23 giugno, vota, come dice il detto irlandese: “vota bene, vota spesso”.

Le posizioni in famiglia, tuttavia, sembrano essere divise. Mia moglie – una cittadina del Regno Unito che ha acquisito la doppia cittadinanza italiana con il matrimonio – mi dice che se avesse potesse votare nel Regno Unito (cosa che le è stato tolta sotto l’amministrazione di Blair all’inizio di questo secolo) avrebbe votato REMAIN:

“Io voterei REMAIN perché vivo in Italia, un paese che beneficia enormemente dall’appartenenza alla UE (e qui tratteniamo i commenti, NdVdE) in quanto uno dei firmatari originali del trattato di Roma per cui, e da cui, il progetto è stato creato (una delle potenze dell’Asse sconfitte che cercavano di porre rimedio alla sconfitta) e che beneficia attualmente e più specificamente dell’appartenenza all’Unione del Regno Unito.
L’Italia è un paese di transito per i migranti in arrivo che pesca dal Mediterraneo, e la chiusura dei confini di uno dei principali paesi di insediamento dei migranti (invece che di transito di migranti) nell’UE avrebbe effetti negativi sul trasferimento dei migranti verso nord e genererebbe gravi conflitti contro qualsiasi tentativo di fermarsi qui piuttosto che di transitare verso la Germania, Svezia, Francia e Regno Unito.
L’Italia esporta anche più di un milione di cittadini italiani verso il Regno Unito e sfrutta fortemente gli strumenti di welfare disponibili nel Regno Unito per tutti i cittadini dell’UE. Perdere uno dei luoghi favoriti per la migrazione di un milione di lavoratori italiani sarebbe intensamente traumatico per l’Italia stessa.
Con il BREXIT sono messe a repentaglio nel Regno Unito anche l’occupazione in posizioni di alta qualità nel settore dei servizi, del mondo accademico, della cultura e dell’amministrazione locale e internazionale per gli italiani (e per gli altri cittadini dell’UE), nonché l’opportunità di istruzione a basso costo dalle elementari fino a livelli post-laurea. Le prestazioni sociali per situazioni svantaggiate e universali applicate dall’UK ai lavoratori italiani a tutti i livelli, sia nel Regno Unito sia (come è il caso dei molti bambini rientrati in Italia) a casa sono cose molto preziose e da non perdere.
L’Italia sarà anche un contribuente netto al bilancio dell’Unione europea, ma il suo contributo deve essere considerato insieme ai trasferimenti diretti e ai sussidi ricevuti direttamente dal Regno Unito, e questo anche quando il Regno Unito non è un membro dell’Eurozona e fa finta nei confronti del suo elettorato che ci sia un “opt-out” da questi trasferimenti.
Naturalmente, se vivessi in Inghilterra avrei una visione diversa di tutto il discorso – una visione capovolta in uno specchio, se si vuole. Ma come cittadina e residente italiana l’ultima cosa che voglio vedere è la gallina che se ne va con le sue uova d’oro”.

In conclusione, non è affatto una questione di posizioni diverse, né di indecisione, ma un conflitto di interessi tra  due realtà differenti ed alternative. Se vivi nel Regno Unito, vota LEAVE.

 

 

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